Dante: il divino nella pelle

Dedica ” Alla mia professoressa di Lettere Carmela Cotuogno Scola, che ha acceso in me il fuoco della Letteratura”

In questo anniversario dantesco sono infinite, nonostante le attuali restrizioni dettate dalla pandemia, le riflessioni su Dante. Dal discoro illuminato del Presidente della Repubblica Mattarella all’ultimo libro dello storico pop del Medioevo Barbero sulla vita di Dante.
Qui si vorrebbe senza pretese filologiche e storiche, ma seguendo una suggestione e un desiderio, pensare Dante come un ideale capofila di un appello perché la teologia torni ad essere, se mai lo fosse stata, un bene pubblico. Anzi un bene di prima necessità. Oggi proprio al centro della discussione pandemica ci si chiede cosa siano le cose essenziali. Possono chiudere le scuole? E i luoghi di culto? e perché dovrebbero chiudere i teatri o i cinema? La cultura non è un bene di prima necessità?
E la teologia, questa scienza così poco presente nel dibattito pubblico, è anch’essa un bene necessario?
Se si fa uscire la teologia dagli stretti corridoi dei seminari e dei conventi, si direbbe di sì. Perché oggi la gente comune, di fronte all’incertezza, alla precarietà, al desiderio si pone quotidianamente le “domande ultime”. O quelle “penultime” come dice Giorgio Agamben.
Davanti alla vita che viene aggredita da un male invisibile e pervasivo, la gente inizia a fare “teologia pratica” quando esce di casa con la mascherina o fa la fila al supermercato. E cosa c’entra Dante in tutto questo?
Dante, oggi, diventa idealmente il compagno delle “domande ultime”. E lo fa da una esperienza esistenziale che dà forma e sostanza alla sua poesia e alla sua teologia: l’esilio. Oggi l’esilio ritorna ad essere un’esperienza comune.
La Treccani, di esilio, ci fornisce la seguente definizione: “Pena limitativa della libertà personale, che consiste nell’allontanamento del cittadino dalla patria; può essere temporaneo o a vita, e ha carattere di stabilità per tutto il tempo che dura la pena”. Ora, se non tutti devono lasciare le loro città, come è stato per Dante, oggi in una certa misura sentiamo l’esilio come un essere “senza patria” dentro di noi. L’esilio come una “condizione spirituale”.
“L’essilio che m’è dato, onor mi tegno”, scrive Dante.
In questo tempo in cui siamo entrati – forse per la prima volta – in una “selva oscura” globalizzata, Dante ci indica alcuni punti per orientarci “nel mezzo del cammin”.
Ricordandoci che i mondi, prima di tutto, vanno attraversati. Per attraversarli però bisogna essere “iniziati”, soprattutto nella dimensione simbolica della vita.
In questo tempo povero di simboli, sembra urgente ritrovare una “iniziazione simbolica” che ci permetta di non appiattire la nostra riflessione sul senso ultimo, sulla vita e sulla morte, sul senso pieno delle cose.
Se vogliamo compiere questo viaggio senza “smarrirci” o senza essere aggrediti dagli animali feroci, dobbiamo però farci accompagnare. Quella che Dante sembra indicarci è una teologia della relazione. Non si uno andare verso l’Alto senza l’altro. Senza i nostri Virgilio o Beatrice. L’altro diventa la via di accesso a Dio. La questione Dio, al di là delle diverse interpretazioni, non è un fatto privato, dunque. E’ un fatto pubblico. E’ una questione “politica”, come sosteneva Romano Guardini.
Non lo è perché la religione, come è accaduto da secoli, si prende il mondo e tenta di consacrarlo e di dominarlo. Ma lo è perché Dio è pubblico. Al di là e nonostante la religione.
Il cammino religioso dalla vita, nella scoperta di sé e del mondo, non coincide con la religione e le sue strutture. Anzi, qualche volta per scoprire il vero cuore religioso della propria coscienza è necessario prendere le distanze da una religione pervasiva e autoritaria.
Oltre che una teologia della relazione, Dante ci insegna una teologia del corpo.
Non si va all’altro mondo senza il corpo. Non si attraversano gli inferni del mondo e della storia senza il corpo. Non è sufficiente l’“Itinerarium mentis in Deum” di Bonaventura. Figli e figlie di una teologia che ha essiccato il corpo, oggi sentiamo una struggente nostalgia della carnalità della vita. La sua dimensione terrestre non può più essere in antitesi con la via celeste.
Per questo, parlare di economia, di politica, di diritti umani è parlare in qualche modo della dimensione più divina della vita.
In un tempo in cui ci manca il corpo: il corpo dell’altro, il primo bacio dell’adolescenza, l’ultimo abbraccio dell’ad-dio, oggi la teologia del corpo ritorna ad essere un tema della vita quotidiana e non più un tema per dibattiti da esperti. Come per la Madre di Cristo, per ogni donna e uomo valgono le parole “nel ventre tuo si raccese l’amore” (Par XXXIII,7).
Non un amore mentale, astratto, nemmeno un amore virtuale, ma un amore che incarna il divino nel colore degli occhi, nella perfetta geometria di una mano, nel timbro inconfondibile di una voce.
Dante ci ricorda la forza trasformante della poesia.
Per tanto tempo si è pensato che la poesia non potesse reggere la teologia. Se Dante era un poeta come poteva essere una teologo? Mentre oggi possiamo capire che Dante è stato un teologo proprio perché è stato un poeta.
La sua teologia non sarebbe arrivata a noi così efficacemente senza la carne, senza il corpo della poesia.
Non so se si possa applicare a lui quella categoria di teo-poetica che ha inventato il poeta e favolista brasiliano Ruben Alves. Ma certo qualcosa di simile si potrebbe dire.
Dante poeta, in qualche modo, ci riconosce come legittimi teologi ogni volta che attraversiamo le domande profonde della vita. Non è questo un modo per togliere alla teologia il senso della ricerca e della competenza. Ma credo sia necessario riconoscere che c’è un occhio teologico dentro ogni sguardo che si interroga, si stupisce e si commuove.
Una teologia senza visionarietà (andrebbe ricordato ai teologi di professione; le teologhe invece ce lo hanno insegnato…) è morta, e non appartiene più al futuro.
Infine, Dante ci ricorda il senso vero della laicità.
Dante non è politicamente schierato con i Guelfi, non è d’accordo che sia il Papa a dover dominare il mondo. Arriva a mettere Bonifacio VIII, che è in parte responsabile del suo esilio, all’inferno.
Non per questo rinuncia però a essere un cittadino libero e un uomo amante del vangelo. Anzi, più si allontana dagli intrighi di una chiesa corrotta più si avvicina alla luce della propria coscienza e al messaggio di Dio.
Essere cittadini appassionati e liberi, non genuflessi, non devoti a un potere occulto. In questo tempo in cui a fatica si cammina sul filo teso tra legge e libertà Dante ci consegna una sorta di teologia della cittadinanza.
Così oggi in questo tempo incerto mentre come lui attraversiamo i mondi e cerchiamo la luce come il respiro, ci possiamo sentire in qualche modo tutti “piccoli teologi e teologhe della vita”.
Alla fine del viaggio il nostro Teopoeta, dentro il luminoso cerchio che racchiude il mistero trinitario di Dio, vede qualcosa di inaspettato e commovente: “dentro da sé,/ dal suo colore stesso/ mi parve pinta della nostra effige;/ per che ‘l mio viso in lei tutto era messo” (Paradiso XXXIII,124-130).
Quel volto del Teopoeta è quello di ciascuno e ciascuna di noi.
Di noi tutti in qualche modo, come lui, esiliati.
Nessuna teologia può parlare più di Dio senza mettere al centro il volto umano.
Una teologia che parla di Dio e non si interessa dei diritti umani oggi, dovrebbe restare muta per sempre.
Dante è il capocordata di una possibile teologia pubblica che metta al centro il canto del mondo.
Ecco perché anche rieleggere la Divina Commedia può essere oggi tra le cose urgenti ed essenziali, per non smarrirci.
Lo ricordava un poeta cieco del Novecento, un nuovo Omero che ha camminato tra specchi e labirinti. Lo ha citato anche il Presidente Mattarella nel suo discorso per l’anniversario del Sommo poeta:
“Ha scritto Jorge Luis Borges, lettore attento e devoto di Dante: ‘La Commedia è un libro che tutti dovremmo leggere. Non farlo significa privarci del dono più grande che la letteratura può farci’”.

Marco Campedelli

Pubblicato sulla Rivista “In dialogo” della Rete Radie Resch ( n.130 Dicembre 2020)

Pubblicato da Marco Campedelli

Narratore Maestro Burattinaio Teologo Poeta

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